La Gazzetta di Arnese

Vi racconto come (non) funzionano i Centri per l’impiego. Una testimonianza da Brindisi

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Una testimonianza da Brindisi sui Centri per l’impiego. Il post di Laura de Siati pubblicato sul suo profilo Facebook

Centro per l’impiego, meglio noto come il ‘collocamento’. Brindisi, a.D. 2018. Parte del mondo cosiddetta ‘evoluta”.

Arrivo alle 8.30 convinta che l’ufficio fosse aperto dalle 8, invece scopro che iniziano a lavorare alle 9, ma fuori c’è una marea di gente e un omino sulla 70ina con un foglio in mano: “il suo nome prego”. “come, scusi”, gli dico.

“Mi serve il suo nominativo – mi dice, guardandomi come se fossi Amelie, quella svampita del favoloso mondo – per metterla in lista”. “ah, ma non è aperto?” “no sgnorì (e dice l’unica cosa saggia della sua giornata scambiandosi per una giovane donna non coniugata), apriamo alle 9 e io compilo la lista per chiamarvi in ordine di arrivo, mo’ dimmi come ti chiami”. “De Siati”.

“E di nome?”. “Laura”

E segna il mio cognome e una L puntata nella casella numero 60 su una tabella fatta in Excell con i campi numerati proprio da 1 a 60.

Sono l’ultima del giorno. Alle 8.30 e con gli uffici ancora chiusi. E Pure fortunata. Due minuti dopo e sarei dovuta tornare domani. Come la tipa che è arrivata dopo di me. Si chiamava Laura anche lei e per sua sfortuna mi sono alzata 5 minuti prima stamattina, completamente ignara delle mie successive 5 ore.

Dopo aver mandato via, tra qualche polemica, Laura 61, l’omino alza un po’ il tono della voce e dice a tutti di entrare nell’atrio ché deve chiudere. Mentre a me sembrava di essere in un film di Pasolini o in un romanzo di Kafka e vedevo tutto rigorosamente in bianco e nero. Abbassa le serrande e restiamo lì qualche minuto, finché sentiamo girare la chiave della porta dell’ufficio nella parte interna. Aprono e tutti i sessanta, meno una che sarei io, si accalcano davanti all’ingresso.

Vivrò anche nel mio favoloso mondo, ma una vocina nella testa mi diceva che se quelle caselle erano numerate in ordine crescente, avrebbero chiamato in ordine di arrivo. E così è, infatti, confermato dai commenti di quelli che escono a testa bassa dall’ufficio.

Dopo un po’ a serrande abbassate, ore 9.05 arriva qualcuno che inizia a meravigliarsi del fatto che l’ufficio è già chiuso dopo cinque minuti dall’apertura. Tra essi c’è una donna incinta al nono mese di gravidanza. Il marito minaccia di chiamare i carabinieri e, alla fine la fanno entrare (povera Laura 61!!!).

Io, nel frattempo chiedo all’omino della lista se posso uscire a prendere un caffè. “sgnorì (aridaje), se esci non ti garantisco che puoi rientrare. Dentro c’è la macchinetta, 35 centesimi e il caffè è buonissimo”, mi dice, facendo leva sul prezzo che, giustamente, all’ufficio di collocamento dovrebbe, come minimo, essere una buona leva per il consenso. Dopo un po’, rassegnata, entro e prendo il famoso ‘mocaccino’ al distributore.

Due sorsi, controllo il telefono, un movimento falso e mi si rovescia sul tavolo su cui mi ero appoggiata. Consumo tutti i fazzoletti, non bastano, mi rassegno e mi rivolgo all’omino della lista, quello che mi aveva consigliato il ‘bar interno’, mi guarda un po’ spazientito ma garbato.

Non scorgo odio nei suoi occhi (ma la giornata non è ancora finita!!! 🙄🙄🙄). Mi porta un po’ di carta e due ragazze mi aiutano a pulire. Alle fine riprendo il caffè e lo offro alle due tizie. Investimento della giornata un euro e quaranta centesimi. Oltre ad una vaga figura di merda al centro dell’impiego.

Nel frattempo sono ancora qui. Ce ne sono ancora 30 davanti a me. Ho chiesto se vi fosse una una procedura on line. Niente. Ho chiesto se si potesse prendere un appuntamento, come all’agenzia dell’entrate, avete presente? Niente. Loro hanno solo l’omino, la tabella di Excel e 60 persone da sbrigare in una mattinata. Questo è il mio Paese. La mia città. La società in cui vivo nel 2018, nella parte giusta del mondo. Dove i politici promettono redditi, dove il nemico è l’immigrato (n. b. Siamo tutti bianchissimi stamani), dove i fenomeni sociali, dalla disoccupazione, alla mortalità aziendale, all’immigrazione, alla crisi della scuola, alla crisi della natalità, non vengono governati ma tamponati (male) in emergenza.

Questo è il paese dove i disoccupati possono stare 5 ore in fila, buttare via una mattinata, anziché andare in giro a proporsi per una collaborazione o a impegnarsi nella formazione per essere più appetibili nel mercato del lavoro.

Questo è il paese che amo. E che spero si evolva.

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Michele Arnese
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